Festa della Madonna dell’Arco a S. Anastasia


E' certamente tra le feste più importanti nell'area vesuviana, frutto di trasformazioni cristiane su più arcaiche forme di religiosità pagane connesse alla primavera e all'inizio del ciclo del raccolto. La celebre processione del Lunedì in Albis, giorno della festa, è preceduta da una lunga fase preparatoria durante la quale, gruppi di affiliati (paranze) alle varie congreghe dedicate alla Madonna dell'Arco, vanno in giro per la questua.
Il denaro raccolto in parte viene offerto alla Madonna all'arrivo al santuario, affisso sugli stendardi portati in processione, in parte utilizzato per preparare i toselli, una sorta di carri sacri portati a spalla, affiancati da bande musicali.
Il giorno della festa, tutte le paranze di tutta la regione, convergono verso il santuario...
giungono a piedi, a volte scalzi, di corsa, ed all'approssimarsi del santuario l'andatura si fa frenetica al pari dell'emozione che assume toni di intensa e dolente drammaticità; sono i "fujenti" che corrono, pregano, gridano, strisciano, implorano, imprecano, si gettono in ginocchio e avanzano fino all'altare.
E' sulla soglia del tempio, come in un rito antico, che il fedele fa precipitare le sue emozioni nei gesti di una arcaica ritualità al cospetto della "Mamma di tutte le mamme", la Madonna dell'Arco.
Con queste forme estremamente rituali, culmina il concitato e drammatico pellegrinaggio che ripercorre nei secoli un antico itinerario di fede e di dolore.
Le pareti del santuario sono tappezzate da migliaia di ex voto. Si tratta di una delle maggiori raccolte di arte popolare esistente in Europa (si consiglia la visita in un altro giorno). La denominazione "dell'Arco" deriva da una antica località appunto "Archi" per la presenza di ruderi di un acquedotto romano, testimone di un preciso episodio storico. Un'effige sacra della Vergine cominciò a sanguinare per un colpo infertole volontariamente da un giovane.
L'immagine, immediatamente venerata dal popolo, fu sistemata in un apposito santuario dedicato appunto alla "Madonna dell'Arco".
Lungo il viale alberato che dalla stazione della circumvesuviana porta al santuario, si raccolgono fin dalla mattina, i suonatori di tammorra e i cantori, le ballerine con le nacchere e i grandi personaggi di quella cultura rurale e contadina che ha la massima visibilità ed espressione proprio in occasione di feste come questa. Si diventa spettatore e attore di un rituale spontaneo che non è più dolore e sofferenza, ma esplosione di gioia e di vitalità, liberando energia in sequenze di ritmi di ballo, musica e canto ed in ragione di queste esibizioni spontanee, la gente rimane protagonista autentica quando accompagnandosi con le inseparabili "castagnette" si disinibisce e si esprime a lungo in una frenetica "tammurriata" collettiva.
Ad una lettura disattenta il contrasto con quello che succede a pochi metri di distanza, all'ingresso del santuario, può sembrare eccessivo, enorme, dissacratorio. Invece è la stessa religiosità arcaica e popolare in cui il canto e il ballo scandiscono e contraddistinguono una fiera appartenenza ad una terra del sud.





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(Testi e foto di Michele Accardo)